Avvocata Francesca Romana Garisto
È di questi giorni la pubblicazione dell’inchiesta nata dall’intervista a 100 giornaliste che raccontano la loro esperienza di abuso, stupro, molestia, discriminazioni e ricatto sessuale subita da ciascuna di loro nell’ambito del lavoro nelle redazioni dei media italiani ed anche delle conseguenze che queste hanno avuto sulla loro salute e sulla loro vita.
Si tratta di conseguenze spesso devastanti, che dall’auto colpevolizzazione giungono fino al tentativo di suicidio o all’abbandono della professione.
Gli abusi sono stati loro inflitti
- per il 61% , quando avevano tra i 25 e i 34 anni
- per il 15% tra i 18 e i 24 anni
- per il 16 % tra i 35 e i 44 anni.
A compiere gli abusi sono stati nel 2% dei casi gli editori, nel 43% i direttori, nel 26% i caporedattori.
Ognuno di questi dati muove una riflessione, in particolare sul rapporto direttamente proporzionale tra il grado di potere diretto ad incidere sul rapporto lavorativo e il grado di vulnerabilità legato alle fasi della vita professionale e personale delle donne.
A questo si aggiunge quanto emerso riguardo alla cosiddetta “segregazione verticale” che vede l’assenza o la bassissima presenza delle donne nei ruoli di leadership nonostante la percentuale di giornaliste sia aumentata tra il 1993 e il 2023 dal 34,6% al 42%: su 35 quotidiani italiani, solo due hanno alla guida una direttrice mentre tutti i telegiornali sono diretti da uomini.
E, ancora, i dati INPS rivelano che i giornalisti guadagnano il 16% in più delle loro colleghe.
Il Movimento MeToo in Italia non ha portato, come è avvenuto negli Sati Uniti prima e poi in Francia, una movimento culturale con effetto trasformativo deflagrante e immediato quanto improvviso, ma un effetto lo ha avuto, sia pure a distanza di qualche anno dalla detonazione del fenomeno (nel 2017 negli Stati Uniti ma ancor prima in America latina e in Spagna).
Assistiamo infatti, nel nostro Paese, ad uno sviluppo lento, e mi auguro inesorabile, della consapevolezza che certe prassi invalse nelle realtà lavorative e di studio e in tutte quelle in cui il ruolo di potere consente l’esercizio della peggiore espressione della cultura patriarcale fondata sul dominio e sul disconoscimento del valore e della dignità delle donne, siano da contrastare con forza e determinazione.
In Italia, dopo le denunce e la pubblicazione di ricerche riguardo agli abusi, le molestie, le violenze e i ricatti sessuali quali pratiche diffuse esercitate dal potente di turno e tollerate dall’entourage di appartenenza, fatte da attrici (di particolare rilievo quelle fatte dall’associazione Amleta che le rappresenta), dalle associazioni sportive (indagine Nielsen sugli abusi e le violenze nello sport in Italia condotta tra febbraio e marzo 2023), dalle studentesse universitarie (raccolte e commentate tra gli altri, nel libro “Le molestie sessuali” di Patrizia Romito e Mariachiara Feresin, nonché dal sondaggio promosso da studentesse e studenti dell’Ateneo Roma Tre, diffuso nei giorni scorsi), ora possiamo leggere che anche l’ambiente giornalistico non è immune e che le giornaliste hanno deciso di “metterci la faccia”.
Dobbiamo augurarci che grazie a queste inchieste e grazie alla consapevolezza che ne deriva, la cultura del potere strumentalizzato al soddisfacimento del proprio ego inizi a non essere più considerato dalle donne, ma anche da tanti uomini, espressione naturale di virilità e per questo culturalmente tollerata, bensì una aggressione intollerabile della loro dignità.
Benché a tutt’oggi l’Italia sia inadempiente all’impegno assunto con la sottoscrizione della Convenzione di Istanbul per la prevenzione e contrasto alla violenza contro le donne in vigore nel nostro paese del 1 agosto 2014, di introdurre una norma che preveda e punisca espressamente le molestie, il nostro ordinamento è già in buona parte dotato di norme che consentono tutela contro queste forme di violenza, in ambito sia penale che giuslavoristico, quello che manca è il cambiamento culturale che consenta di riconoscere, non più tollerare e quindi di far emergere quella che per troppo tempo è stata una prassi discriminatoria diffusa.
